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06/06/2017 - O.P.E.C. Financial

Educazione finanziaria – I Consulenti Autonomi e la tutela dei risparmiatori.

di O.P.E.C. Financial

Convegno Milano -  Il 6 giugno 2017 a Milano nella sala Michelangelo dell’Hotel Four Points by Sheraton si è tenuto il convegno “Educazione finanziaria – I Consulenti Autonomi

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Convegno Milano - 

Il 6 giugno 2017 a Milano nella sala Michelangelo dell’Hotel Four Points by Sheraton si è tenuto il convegno “Educazione finanziaria – I Consulenti Autonomi e la tutela dei risparmiatori”.

L’evento è stato organizzato dalla OPEC Financial (Organizzazione Professionale di livello Europeo dei Consulenti Finanziari).

Le relazioni ed il dibattito sono stati moderati da Debora Rosciani  la quale ha anche argomentato le iniziative di Consob, a più riprese stigmatizzate da  Nadia Linciano, volte a definire una strategia nazionale per accrescere il livello dell’educazione finanziaria.

L’intervento del Segretario Generale di OPEC Financial, Tullio Dodero, ha rappresentato un quadro completo delle normative MIFID II e del loro impatto sul mondo del risparmio gestito. Molto apprezzati gli interventi di Angelo Deiana che ha sviluppato una lucida analisi macroeconomica sullo stato di salute della finanza Italiana e le sue implicazioni organizzative e socio-economiche sulla collettività e di Gianandrea Gaspar che ha delineato il modo moderno di fare consulenza per un Privat Banker proveniente dalle reti e ancor prima come Agente di Borsa. Infine il Dottore Commercialista Laura Paganini ha illustrato le normative fiscali per i clienti investitori anche in relazione agli investimenti all’estero, definendo il ruolo di sostituto d’imposta di una Fiduciaria statica Italiana.

OPEC Financial ha preannunciato che sta lavorando con esperti assicurativi per definire una polizza rischio professionale ad hoc per i Consulenti Finanziari già proiettata nell’ambito del quadro normativo di MIFID II.

Presente all’incontro il Dott. Giorgio Furiani dell’O.C.F.

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06/04/2017 - O.P.E.C. Financial

PROMOTORI FINANZIARI: QUALE FUTURO?

di Tullio Dodero

PROMOTORI FINANZIARI: QUALE FUTURO?   La categoria dei Promotori Finanziari è stata istituita dall’Art. 5 della Legge n.1 del 2/1/1991 i cui contenuti sono poi stati recepiti nell’ambito

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PROMOTORI FINANZIARI: QUALE FUTURO?

 

La categoria dei Promotori Finanziari è stata istituita dall’Art. 5 della Legge n.1 del 2/1/1991 i cui contenuti sono poi stati recepiti nell’ambito della revisione del Testo Unico Bancario (D.lgs. n.385 del 1 Settembre 1993) ed è stata più volte chiamata in causa da indicazioni e prescrizioni in una miriade di norme successive (a es. Decreto Eurosim -D.lgs n. 415/1996-, Testo Unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria- D.lgs n.58/1998-, Delibere Consob n. 11745/1998, n. 16190/2007, n. 16737/2008).

Recentemente, nell’ambito dell’emanazione di normative comunitarie (Direttiva 2014/65/UE del 14/5/2014 MIFID II e Regolamento UE n.600/2014), non solo è stata radicalmente rivisitata l’attività che fa capo ai Promotori, ma gli è stato anche cambiato il nome che è diventato: “Consulente Finanziario abilitato all’offerta fuori sede”.

Non c’è che dire, un bel nome breve e facile da pronunciare e da ricordare, come quei genitori che alla nascita del loro rampollo s’inventano i più strambi appellativi richiamando avi di più generazioni.

Ma non è il nome a turbare i nostri eroi o a limitarne il sonno, ma piuttosto i cambiamenti cui a breve dovranno conformarsi.

Per molti anni, le Banche mandanti hanno preteso di avere a che fare con folte reti di Promotori Finanziari ubbidienti, anzi letteralmente piegati alle volontà dei manager. A questi ultimi non è mai importato granché se i loro uomini sul mercato fossero più o meno preparati, ma interessava moltissimo che la truppa fosse in grado di vendere i prodotti finanziari della Banca e/o quelli che la Banca voleva vendere tempo per tempo. Questione di obiettivi commerciali da raggiungere, di budget da rispettare e di bilanci da mettere in bella mostra.

E quindi, chissenefrega del Cliente se perde o guadagna, che importa se c’è stata una palese e persistente violazione del conflitto d’interessi.

In ossequio a tali comportamenti, il Promotore Finanziario ha perso per strada buona parte della sua Professionalità che gli è costata anni di studio, di esperienza sul campo e di costante aggiornamento. Anzi, per la Banca è sempre stato preferibile che il Promotore non facesse leva sulle sue competenze professionali assumendosi iniziative autonome, ma che vendesse ciò che gli era chiesto di vendere senza fare né farsi troppe domande.

Infine, per garantirsi appieno il raggiungimento dei propri obiettivi, la Banca riconosceva ai Promotori le commissioni più alte proprio sui suoi prodotti finanziari e, più in generale, su quelli spinti maggiormente: questione di retrocessioni di management fee, di performance fee e di premi vari. Tutto ciò, in ultima analisi, lo ha sempre pagato il Cliente il quale ha visto abbattersi tout court la redditività del suo investimento.

Dal prossimo anno, però, le cose cambieranno radicalmente, almeno così pare. Infatti, nel gennaio del 2018 entrerà in vigore la famigerata MIFID II, salvo che alle Banche non riesca ancora una volta il tentativo di farne slittare l’applicazione come già è avvenuto dal 2014 a oggi.

E sì perché la nuova normativa di emanazione europea cambia le carte in tavola e non di poco e, soprattutto, obbliga anche le Banche italiane ad attenersi a norme di tutela dei Clienti/Risparmiatori già applicate sugli altri mercati finanziari evoluti.

Ci sarebbe molto da dire sul complesso delle norme inserite nella Direttiva 2014/65/UE, soprattutto in tema di trasparenza dei contratti e delle comunicazioni banca cliente, ma lo faremo un’altra volta, visto che oggi parliamo del Promotore Finanziario, anzi del Consulente Finanziario abilitato all’offerta fuori sede.

Ed è proprio la figura del Consulente finanziario che la MIFID II rivaluta appieno. Infatti, egli non è più un servitore cieco e sordo al servizio del Padrone, ma l’elemento centrale di tutto il processo di consulenza. È lui che deve analizzare con cura il profilo di rischio del singolo Cliente, è lui che deve indirizzarne le scelte d’investimento, è lui che determina il successo o l’insuccesso di un portafoglio, è lui che ci mette la faccia e non può più nascondersi dietro la facciata dorata della Banca mandante.

Per far questo, naturalmente, deve possederne le competenze e le esperienze necessarie, così come vuole la norma, oltre che ricevere idonee deleghe fiduciarie dalla Banca.

Da parte loro le Banche, come pure le SIM, che intendano operare con gestioni indipendenti (quindi senza palesi conflitti d’interesse) come sarà prima o poi inevitabile per tutti, non potranno più lucrare sia dalle retrocessioni di commissioni e premi elargiti dalle Case di gestione dei vari prodotti finanziari (anche intergruppo), sia dalle commissioni di gestione addebitate direttamente al Cliente. Dal prossimo anno, infatti, dovranno accontentarsi di concordare con i Clienti il costo complessivo di gestione che il cliente stesso è disposto a pagare e ciò rappresenterà interamente il loro margine di guadagno. Il tutto con la massima trasparenza, ergo è fatale che i margini per le banche italiane si assottiglieranno.

Pertanto, sul tavolo ci sono tre temi molto caldi che non hanno ancora trovato soluzioni prospettiche adeguate:

1.    Il Consulente Finanziario con maggiori autonomie decisionali da formare e indottrinare adeguatamente prima che la Banca gli accordi la fiducia

2.    Il diverso e più trasparente rapporto Banca/Cliente Risparmiatore

3.    L’attesa contrazione dei margini economici di gestione, almeno per le Banche che vorranno competere in modo indipendente in un mercato sempre più esigente e difficile.

È uno scenario che preoccupa le Banche, giustamente, ma turba anche i sonni dei Consulenti Finanziari abilitati all’offerta fuori sede. Infatti, nel settore c’è molta agitazione e un livello crescente di indeterminatezza e paura.

C’è chi teme che le Banche facciano una dura selezione nelle proprie reti tagliando i Consulenti con portafogli meno appetibili e quelli ritenuti professionalmente meno affidabili.

C’è chi vede il rischio che tali manovre conducano anche a un subentro diretto delle Banche nella gestione dei portafogli dei Consulenti tagliati, senza pagare dazio come invece è sempre successo in passato.

C’è chi è convinto che le Banche abbasseranno ulteriormente la già misera commissione di gestione riconosciuta ai Consulenti e/o alzeranno i costi a loro carico.

C’è chi sta già assistendo a un assottigliamento della struttura manageriale di presidio alle reti.

C’è, infine, chi ha timore che la propria Banca mandante perda competitività sul mercato non riuscendo a sostenere le attese contrazioni economiche e alcuni bilanci pare confermino tale tendenza.

Insomma, la paura e l’indecisione regnano sovrane, né stanno arrivando indicazioni autorevoli e tranquillizzanti dalle stesse Banche e dagli Organi di Controllo.

Allora che fare? Cosa ne sarà delle decine di migliaia di addetti del comparto?

Tutti si guardano attorno, anche se le idee scarseggiano. Da un lato si vorrebbe cercare una via di uscita all’insegna del cambiamento a tutti i costi. Dall’altro lato la paura del domani determina un totale immobilizzo.

Neanche noi abbiamo ricette, ma ci limitiamo a delineare brevemente tre soluzioni possibili:

-      rinegoziare già oggi con la propria Banca mandante le condizioni migliori per perpetuare il proprio impegno di consulenza negli anni a venire, magari con scadenze un po’ più lunghe, anche se il rischio è di vedere peggiorare da subito il proprio status;

-      provare a cambiare Banca valorizzando appieno il proprio portafoglio, anche se in questo momento non sarà facilissimo se non a condizioni meno interessanti o poco garantiste;

-      cambiare paradigma uscendo dalla rete bancaria per abbracciare la professione nel vero senso della parola, diventando quindi un Consulente Finanziario Autonomo e mantenendo il totale controllo sul proprio portafoglio. Ma il cambiamento non è mai di facile digestione. Comunque, la figura professionale è stata ribadita dalla MIFID II e inserita nello stesso Albo OCF dei Consulenti Bancari.

 

Non c’è fretta, ma il 2018 è dietro l’angolo e una decisione da parte dei Consulenti andrà presa prima che altri decidano per loro.

Il suggerimento è di continuare a guardarsi attorno, anche verso il mondo della Consulenza autonoma, per cogliere opportunità coerenti con i cambiamenti del mercato e di intensificare la comunicazione all’interno del comparto del risparmio gestito, magari facendosi supportare dai Sindacati e dalle Associazioni di categoria.

L’auspicio finale è che nella prospettiva del cambiamento incombente prevalgano le maggiori opportunità sui rimpianti del passato che poi, diciamolo a bassa voce, non è mai stato troppo esaltante.

 

Roma, 06 aprile 2017                        Tullio Dodero Segretario - Generale O.P.E.C. Financial 

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08/02/2017 - Advisor Online.it

Non chiamatele più reti. Nascono le "full bank"

di Francesco D'Arco

Impossibile negare che la Mifid II ridurrà i margini delle reti e le remunerazioni dei consulenti  Ogni nuovo scenario, e quello dell’introduzione della MiFID II lo è, comporta

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Impossibile negare che la Mifid II ridurrà i margini delle reti e le remunerazioni dei consulenti 

Ogni nuovo scenario, e quello dell’introduzione della MiFID II lo è, comporta una sfida: non solo a livello di contenuti, ma anche in termini di relazione e comunicazione. Ed è su questi aspetti che ci giocheremo molto del nostro futuro. Per questo la nostra sfida è quella di elevare il livello qualitativo della nostra prestazione professionale. Ma non possiamo farlo da soli. Chiediamo alle società: come vi state organizzando? Come vogliamo organizzarci insieme?". È stata questa la grande domanda lanciata dal presidente Anasf, Maurizio Bufi, nel suo discorso di apertura dei lavori di Consulentia 17, la tre giorni romana svoltasi dal 14 al 16 febbraio all’Auditorium Parco della Musica. 

La risposta giunta dai vertici delle reti presenti all’evento forse non è stata quella che gli oltre 2.500 consulenti finanziari che hanno partecipato alla manifestazione si aspettavano: “continueremo a seguire il modello della non indipendenza. Altre strade, oggi, non sono di nostro interesse” (qui l’articolo). 

Da Sergio Albarelli (Azimut) a Massimo Doris (Banca Mediolanum), passando da Paolo Molesini (Fideuram Intesa Sanpaolo Private Banking), Alessandro Foti (FinecoBank) e Massimo Giacomelli (Widiba) tutti si sono detti convinti che il modello di business dell’industria, con l’arrivo della MiFID II non dovrà cambiare. Solo Armando Escalona (Finanza & Futuro Banca) e Ferdinando Rebecchi (Life Banker BNL Gruppo BNP Paribas) hanno apertamente affermato di essere pronti a considerare anche la consulenza indipendente. 

Siamo quindi di fronte ad una chiusura del mercato delle reti alle evoluzioni introdotte dalla MiFID II e auspicate da molti osservatori? I dieci anni che hanno accompagnato il transito dalla prima direttiva europea alla sua revisione (2007-2017) non hanno quindi lasciato nessun segno? 

A primo acchito è alta la tentazione di affermare che alla fine Mifid I e II non hanno portato nessuna vera novità e non sono state in grado di eliminare i difetti operativi dell'industria, ma il messaggio che arriva da Consulentia 17 in realtà è un altro: la MiFID II non chiede di rivoluzionare il modello di business ma di perfezionarlo, esplicitando ulteriormente i costi, introducendo prassi operative più meticolose, garantendo al cliente finale un servizio di maggiore qualità. Tutte novità che, pragmaticamente, si tradurranno, a detta dei big del settore, in un aumento dei costi per le reti, in una riduzione dei margini e molto probabilmente anche in un calo della remunerazione media dei consulenti finanziari. 

Detta così sembra che la MiFID II porterà con sé tempi bui, ma i vertici dell’industria sembrano invece avere una visione più positiva: negare che nei prossimi anni l’industria andrà incontro a una pressione dei margini significa negare l’evidenza, ma fasciarsi la testa pensando che non vi sia una via d’uscita significa non essere consapevoli delle potenzialità dell’industria della consulenza finanziaria. Gli obblighi che entreranno in vigore con la nuova direttiva europea avranno il pregio, non solo di tutelare ulteriormente la clientela, ma di spingere le reti verso nuovi lidi. 

In discussione, quindi, non c’è il modello della consulenza non indipendente, in gioco ci sono le masse ancora non servite dalle reti che, in maniera unanime, si sono dichiarate pronte a cercare altre fonti di ricavo: sono tutte pronte a non guardare più soltanto al risparmio gestito. 

Da Consulentia 17 emerge così una nuova visione: la MiFID II pone fine al mondo delle reti così come lo conosciamo. Ma non per lasciare spazio alla consulenza indipendente (un’etichetta che non interessa né le reti né clienti - affermano gli a.d.), bensì per avviare un’evoluzione che darà vita a una "full bank" che racchiuderà ogni tipo di consulenza finanziaria e non solo. Con al centro, ovviamente, i consulenti finanziari che, come ha affermato il presidente dell’Organismo di Vigilanza e Tenuta dell'Albo Unico dei Consulenti Finanziari, Carla Rabitti Bedogni, “rappresentano l’anello di congiunzione essenziale tra gli investitori e il mercato. Ma il consulente non può essere l’anello debole della catena, tanto più che nessuna catena è più forte del suo anello più debole. È necessario, dunque, che tutti i risparmiatori siano consapevoli dell’importanza del ruolo dei consulenti finanziari”. 

 

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Federpromm contro il “lavoro misto” dei consulenti Intesa Sanpaolo.

06/02/2017 - Advisor Online.it

Federpromm contro il “lavoro misto” dei consulenti Intesa Sanpaolo.

di Massimo Morici

Federpromm contro il “lavoro misto” dei consulenti Intesa Sanpaolo.

- Coniugare part time e lavoro autonomo genera confusione sulla figura professionale. - C’è un problema sulla previdenza obbligatoria tra Inps, gestione separata ed Enasarco. Ciò

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- Coniugare part time e lavoro autonomo genera confusione sulla figura professionale.

- C’è un problema sulla previdenza obbligatoria tra Inps, gestione separata ed Enasarco.

Ciò che fino a poco tempo fa rappresentava per gli addetti ai lavori un fatto eccezionale scardinare gli equilibri strutturalmente e storicamente consolidati nei rapporti negoziali tra datori di lavoro e sindacati, soprattutto nel settore privilegiato del credito, con la firma di un protocollo sullo sviluppo sostenibile tra la maggiore banca italiana, Intesa Sanpaolo e sindacati, si introducono “una serie di distorsioni che possono pregiudicare la funzionalità e la fisiologia dei rapporti sociali ed organizzativi all’interno del settore, per la categoria dei consulenti finanziari, sia a livello di rappresentanza che di tutele sul piano professionale, contrattuale e previdenziale”. È quanto afferma Manlio Marucci, segretario generale della Federpromm (Uil- TuCS), secondo cui l’accordo “pur di trovare soluzioni adeguate alla crisi occupazionale derivante dalla lunga stagnazione e crescita economica in cui versa il sistema bancario italiano, avvalorata dai pesanti dati negativi della stabilità dei bilanci, presenta limiti oggettivi e criticità nella sua applicazione concreta, dovendo fare i conti con modelli contrattuali diversi e in contrasto con la normativa di riferimento”.

INTESA SANPAOLO RIVOLUZIONA LA REMUNERAZIONE DEI CONSULENTI FINANZIARI

“L’idea di una nuova formula di gestione della crisi in realtà – sottolinea Marucci - è una toppa alla struttura dei modelli organizzativi legati agli assetti commerciali del sistema che non producono più redditività e rischiano di esplodere se il permanere della crisi sistemica non trova soluzioni idonee al rilancio dell’intera economia italiana. Coniugare per l’offerta fuori sede una nuova forma contrattuale quale il part time al contratto di lavoro autonomo per giustificare il concambio tra nuovi ingressi e fuoriuscite del personale non fa altro che generare confusione alla figura professionale del consulente finanziario nell’assolvere le sue funzioni operative nei processo organizzativo interno: funzioni legate alla qualifica ricoperta e all’inquadramento contrattuale, mentre restano ancora nell’ombra le funzioni e ruolo sociale che dovrebbe ricoprire come agente con mandato a partita Iva”.

“Tra l’altro – evidenzia il segretario della Federpromm – si pone anche un problema sulla doppia previdenza obbligatoria in capo a tale figura, Inps, gestione separata ed Enasarco, che dovrà essere affrontato in modo chiaro e trasparente sia per le coperture che per le aliquote imposte. Altri problemi che sicuramente emergeranno proprio per la struttura stessa di due modelli contrattuali non conciliabili”. Marucci nel suo intervento, infine, non risparmia critiche ai colleghi rappresentati dei lavoratori.

La conseguenza negativa più grave, per il segretario della Federpromm, è proprio per il sindacato che, “invece di affrontare organicamente le dinamiche odierne del rapporto capitale-lavoro in un processo estremamente caotico e senza strategia, trova la scorciatoia del gorgheggio culturale giustificando come rivoluzionariauna soluzione empirica a doppio binario, quale appunto metà dipendente e metà parasubordinato, senza porsi il problema vero delle forme della rappresentanza e della emarginazione sociale in cui si manifestano le condizioni oggettive poste dalla società moderna nei processi di sviluppo economico”.

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L’esperimento di Intesa: nasce il promotore-dipendente.

03/02/2017 - Soldi Web - da www.repubblica.it

L’esperimento di Intesa: nasce il promotore-dipendente.

di Raffaello Mascetti

L’esperimento di Intesa: nasce il promotore-dipendente.

E’ nato un nuovo animale mitologico: il “promendente”, mezzo promotore e mezzo dipendente. Il brodo primordiale di questo parto è il “Protocollo per lo sviluppo sostenibile”

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E’ nato un nuovo animale mitologico: il “promendente”, mezzo promotore e mezzo dipendente. Il brodo primordiale di questo parto è il “Protocollo per lo sviluppo sostenibile” del Gruppo Intesa Sanpaolo. L’accordo prevede part-time verticale per i più anziani, pause prolungate fino a due ore per chi ha esigenze particolari e soprattutto una soluzione innovativa che per la prima volta garantisce stabilità contrattuale e welfare ai promotori finanziari. La soluzione adottata per i 400 promotori finanziari inseriti nel Gruppo, che fino ad ora avevano lavorato come professionisti autonomi, percependo una provvigione a fronte dei contratti conclusi, prevede che ciascuno di loro sottoscriva due contratti.

Il primo è praticamente identico a quello adottato finora, e stabilisce un rapporto di lavoro autonomo. Il secondo invece è da dipendente part-time, a tempo indeterminato: questo rapporto di lavoro garantisce per la prima volta al promotore finanziario una retribuzione fissa, limitata naturalmente ai giorni in cui lavorerà con questa formula, e l’accesso al welfare e all’assistenza sanitaria di gruppo. D’altra parte per il tempo rimanente il promotore mantiene il contratto da “agente monomandatario con retribuzione variabile”.

Si tratta di una formula sperimentale, che viene adottata per i prossimi due anni: al termine il lavoratore potrà chiedere di trasformare il rapporto di lavoro dipendente da part-time a tempo pieno. In questo caso l’azienda entro nove mesi dovrà proporre una posizione professionale e un ambito geografico “all’interno della regione di assunzione ovvero in regioni ad essa limitrofe, coerenti al momento dell’accoglimento della proposta”. 

 

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Uscire dall’euro – Mediobanca: un affare.

30/01/2017 - Soldi Web

Uscire dall’euro – Mediobanca: un affare.

di Raffaello Mascetti

Uscire dall’euro – Mediobanca: un affare.

Ben 8 miliardi di euro è la cifra che risparmierebbe l’Italia se uscisse dalla moneta unica. A scriverlo nero su bianco uno studio di Mediobanca che ridimensiona così l’allarme

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Ben 8 miliardi di euro è la cifra che risparmierebbe l’Italia se uscisse dalla moneta unica. A scriverlo nero su bianco uno studio di Mediobanca che ridimensiona così l’allarme che ha lanciato pochi giorni fa il numero uno della Bce Mario Draghi rispondendo ad una domanda del Movimento Cinque Stelle sui costi che dovrebbe sostenere il nostro paese in caso di addio all’eurozona.

Lo studio di Mediobanca, riportato da Il Giornale con un articolo a firma di Nicola Porro, è riservato ai suoi clienti, come a dire che l’alta finanza si prepara ad un eventuale uscita dall’euro, un ItalExit come la ribattezza il quotidiano, individuando quali sarebbero i costi e i vantaggi se si ritornasse alla lira. L’analisi di Mediobanca si basa su ragioni essenzialmente di tipo economico.

“La prima questione è che la moneta conta. Eccome, quando si parla di produttività italiana. Il nostro differenziale con la Germania e la Francia è del 20 per cento. Una roba da pazzi: è come correre una gara con Bolt, e per di più azzoppati (...) Negli ultimi quindici anni la ricchezza italiana (il Pil) non è cresciuta di un euro. Dal 2008 ad oggi il Pil è sceso di sette punti percentuali. Le conseguenze si vedono nei portafogli delle banche pieni zeppi crediti inesigibili”.

In questo contesto c’è da considerare che l’Italia è stata aiutata dal basso livello di tassi di interesse, ma ora tutto rischia di finire per tre motivi.

“Il primo è l’andamento generale dell’economia nel mondo. Mentre in Italia, ad esempio, i prezzi sono calati dello 0,1 per cento, in Europa sono mediamente cresciuti dell’1,1 per cento (...) Un secondo motivo deriva dal fatto che Mario Draghi non può continuare all’infinito a comprare i nostri Btp, comprimendone così il prezzo (...) Terzo fattore: le nostre banche. Sono gli acquirenti storici e più fedeli dei Btp. Ma i nuovi regolamenti europei, le obbligheranno ad alleggerire i propri portafogli di carta pubblica italiana, per ridurre la concentrazione del rischio su un solo emittente. Il combinato disposto di queste tre situazioni comporterà un aumento dei tassi di interesse sul nostro debito. E saranno guai. Nel solo 2017 dovremmo rinnovare più di 200 miliardi di prestiti e gli attuali tassi all’1,5 per cento per Mediobanca rischiano di essere un sogno”.

La soluzione per Mediobanca? Ridenominare il debito in lire che in soldoni significa uscire dall’euro, con il conseguente deprezzamento della lira. Tutti fattori che, come scrivono da Mediobanca, possono “supportare una decurtazione del debito e insieme ad una politica monetaria ritornata sovrana, possono creare le condizioni per un genuino rilancio dell’economia italiana”.

“Il conto finale è che il passaggio dall’euro alla lira ci farebbe subito avere un risparmio di 8 miliardi”. 

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